insulti al datore di lavoro
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Una lavoratrice critica una decisione aziendale rivolgendo insulti al datore di lavoro. Quest’ultimo la licenzia per giusta causa. Il licenziamento è legittimo o no?

insulti al datore di lavoroAlla domanda è stata data risposta con una recente sentenza della Corte di Cassazione a cui è stato sottoposto questo caso.

Un datore di lavoro rivolge alla propria dipendente una richiesta di restituzione di una somma di € 50, che l’azienda ha rimborsato per errore due volte a titolo di spese di carburante.

A fronte di tale richiesta, la lavoratrice reagisce in malo modo, rivolgendo insulti al datore di lavoro ed utilizzando, davanti ad altro dipendente, parole offensive come: “sto barbone …”, “così si va a comprare un gelato sto …”.

Il datore di lavoro, ritenendo inaccettabile tale condotta e considerato che la lavoratrice aveva già ricevuto in passato sanzioni disciplinari per il comportamento tenuto, ha licenziato in tronco la lavoratrice.

Quest’ultima ritenendo ingiusto il licenziamento ha avviato un giudizio per ottenere la reintegra nel posto di lavoro.

La Corte di Cassazione, a cui è arrivato il caso, ha chiarito che il diritto del lavoratore di critica delle decisioni aziendali, che è un diritto garantito dalla Costituzione, incontra tuttavia i limiti della correttezza formale, imposti dall’esigenza di tutela della persona umana, anch’essa costituzionalmente garantita, sicché quando questi limiti sono travalicati, perché il lavoratore si esprime con insulti al datore di lavoro e con espressioni volgari, infamanti ed offensive, il comportamento del lavoratore può costituire giusta causa di licenziamento.

Va ovviamente valutata l’adeguatezza (“proporzionalità”) tra la gravità del comportamento contestato al lavoratore e la sanzione disciplinare applicata, che nel caso del licenziamento per giusta causa è la sanzione più grave perché pone fine al rapporto.

Nel caso in questione, i Giudici hanno valutato che il comportamento tenuto dalla lavoratrice fosse di gravità tale da ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia con il datore di lavoro e quindi giustificare il licenziamento per giusta causa, considerata la valenza offensiva degli insulti rivolti, l’assenza di giustificazioni in capo alla lavoratrice a fronte ad una richiesta ragionevole e legittima da parte del datore di lavoro, la circostanza che le parole erano state pronunciare di fronte ad un collega estraneo alla vicenda, il fatto che già in passato la lavoratrice era stata sanzionata per i propri comportamenti e infine che il CCNL applicato dall’azienda prevedeva come ipotesi di giusta causa di licenziamento il tenere un comportamento contrario ai doveri civici.

Tutto ciò ha giustificato nella valutazione della Corte di Cassazione la sanzione tanto grave del licenziamento per giusta causa. Il datore di lavoro ha avuto quindi ragione e la legittimità del licenziamento è stata confermata (Cass. civ. Sez. lavoro, 21/03/2016, n. 5523).

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