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Violazione del brevetto: anche il venditore in buona fede è responsabile della contraffazione.

Il brevetto conferisce al titolare un diritto di esclusiva sul prodotto, sia in relazione alla fabbricazione, sia in merito alla commercializzazione dello stesso.

Se viene immesso sul mercato un prodotto nuovo o, comunque, migliore dei precedenti e lo stesso riscuote successo, è probabile che i concorrenti cercheranno di fabbricare prodotti simili o uguali al prodotto originale.

Ciò potrebbe condizionare negativamente la propria attività commerciale, soprattutto nel caso in cui per creare un prodotto nuovo o migliorato si è investito in modo significativo nel suo sviluppo.

Risultano, pertanto, responsabili della contraffazione tutti i soggetti che contribuiscono alla diffusione di un prodotto contraffatto, compreso il venditore in buona fede.

Altro elemento importante è quello che, ai fini dell’accertamento della violazione dek brevetto, non hanno rilievo l’eventuale dolo o colpa del contraffattore.

Il titolare del diritto di esclusiva può vietarne l’uso a terzi senza il proprio consenso in quanto la sua violazione si configura in ogni ipotesi di riproduzione abusiva, a prescindere dalla buona fede del soggetto che realizza l’abuso.

Sotto il profilo risarcirtorio, la giurisprudenza maggioritaria evidenzia che il danno non sussiste per il semplice fatto della contraffazione.

Lo stesso dev’essere pur sempre provato, anche mediante presunzioni.

Il danno può consistere anche nel pregiudizio all’immagine che un’azienda può subire a seguito della violazione del brevetto.

In alcuni casi la giurisprudenza italiana ha liquidato a titolo di danno all’immagine una percentuale dei ricavi ottenuti dalla venditrice dalla vendita del prodotto contraffatto.

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Contraffazione e azione di concorrenza sleale: la ricorrenza della prima non implica necessariamente la sussistenza della seconda.

contraffazioneLe azioni concesse a tutela del brevetto e quelle in materia di concorrenza sleale hanno natura e presupposti differenti.

La fattispecie oggetto di una sentenza della Cassazione di fine 2016 riguarda taluni brevetti in campo chimico di rispettiva titolarità delle parti in causa.

La società A, titolare di un brevetto, citava in giudizio la società B chiedendo che venisse accertata la nullità del brevetto di quest’ultima.

B chiedeva il rigetto della domanda avversaria svolgendo, a propria volta, domanda di concorrenza sleale e risarcimento danni.

Il Tribunale di Torino accoglieva le domande di A e respingeva quelle di B.

La Corte d’Appello capovolgeva parzialmente l’esito, dichiarando che il brevetto di A costituiva contraffazione di quello di B.

Veniva, tuttavia, respinta la richiesta di accertamento di concorrenza sleale da parte di A.

La Cassazione, per quanto concerne i rapporti tra contraffazione e concorrenza sleale, ha confermato quanto statuito dalla Corte d’Appello.

Non può esserci concorrenza sleale se fondata sui medesimi presupposti della contraffazione

Le sentenze dei Tribunali italiani, tuttavia, non sono uniformi, sussistendo ad oggi un vero e proprio contrasto giurisprudenziale sul punto.

Alcuni Tribunali, infatti, sottolineano la diversità di presupposti tra l’azione di contraffazione e quella di concorrenza sleale (Tribunale di Milano e Tribunale di Roma).

Altri Giudici, invece, affermano che la contraffazione integra di per sè l’illecito di concorrenza sleale (Tribunale di Bologna e Tribunale di Torino).

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Avv. Lorenzo Coglitore

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La decisione della Corte di Giustizia Unione Europera del 17.3.2016 affronta il tema della risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente alla violazione di un diritto di proprietà intellettuale.

440_16_50133_0In passato, la violazione di un diritto su un bene immateriale era una questione che veniva interamente ricondotta ad un problema di responsabilità civile, che la giurisprudenza affrontava liquidando i danni in maniera perlopiù simbolica.

Per un lungo periodo di tempo il rimedio risarcitorio basato sulla responsabilità del codice civile ha rappresentato l’unica soluzione disponibile al problema della contraffazione.

Muovendo dalla rilevata inadeguatezza del tradizionale sistema risarcitorio basato su tale responsabilità , verso la fine degli anni ’50 sono state avanzate le prime proposte di affiancamento dei rimedi restitutori a quelli risarcitori nella lotta alla contraffazione.

Dinnanzi all’insoddisfacente ammontare del risarcimento dei danni patrimoniali liquidati dall’autorità giudiziaria, si iniziò a fare riferimento nella pratica allo sfuggente elemento del danno morale, con il proposito di integrare la carente entità dei danni liquidati. In tal modo aprendo la strada alla valutazione di elementi non patrimoniali nella quantificazione del risarcimento del danno non patrimoniale da violazione di un diritto di proprietà industriale.

In quest’ottica, la Direttiva enforcement (Dir. 2004/48/CE, del 29 aprile 2004), ha segnato un punto significativo in materia di riconoscimento della risarcibilità del danno non patrimoniale a livello comunitario.

In caso di violazione consapevole o colposamente inconsapevole, il titolare può optare per una liquidazione effettuata tenendo conto (A) “di tutti gli aspetti pertinenti, quali le conseguenze economiche negative, compreso il mancato guadagno subito dalla parte lesa, i benefici realizzati illegalmente dall’autore della violazione e, nei casi appropriati, elementi diversi da quelli economici, come il danno morale arrecato al titolare del diritto della violazione”. Altrimenti il soggetto leso può prescegliere il metodo di quantificazione dei danni (B) secondo il quale gli stessi vanno calcolati in misura forfettaria, tenendo conto dell’importo dei diritti che avrebbero dovuto essere riconosciuti qualora l’autore della violazione avesse richiesto l’autorizzazione per l’uso del diritto di proprietà intellettuale in questione.

La questione sottoposta all’attenzione del Giudice comunitario riguardava la possibilità di chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale previsto da (A) pur avendo optato per la metodologia di calcolo dei danni patrimoniali sub (B).

Il Giudice comunitario risponde affermativamente, determinandosi a favore della necessità di riconoscere il risarcimento del danno morale anche nel caso di quantificazione del danno secondo il modello di calcolo forfettario.

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